MARCELLO TESSADRI (3)
LA VIOLA DEL TEIDE (pag. 3)

Terzo Millennio
Erano vicini alla tenda, seduti sulla coperta. Carlo teneva fra le mani la bottiglia di Dom Perignon, i bicchieri erano sull'erba. Il freddo era pungente, ancora sopportabile. L'aria era tersa, nel cielo miliardi di stelle sembravano vagare, quel tremolio causato dall'atmosfera limpida dava l'impressione che si muovessero. Maria era estasiata, il viso inondato dai raggi della luna, negli occhi il riflesso di quell'incantesimo.
"Vedo la luna nei tuoi occhi!" disse Carlo "Una strana luna che si muove, e palpita, emana raggi di luce colorata."
"Non è la luna!" esclamò Maria, con una voce, una voce... come quando sei sorpreso, sai già che avrai paura, ma stenti ancora a crederlo. La voce di chi ode rumori in casa di notte, "c'è qualcuno?", la voce di chi ha appena saputo di essere ammalato, "ma allora?", o si vede inseguito, con gli altri ancora lontani. Quel tipo di voce. E subito tacque.
Non era la luna. Carlo si voltò verso l'alto e vide... non seppe cosa vide, non era in grado di descriverlo, neppure a se stesso. Quella luce s'ingrandì rapidamente, non era una luce, non una luce normale. Immensa, fatta di lampi, raggi bianchi, azzurri, rossi, violetti, fucsia, verdi, gialli, che finivano tutti su aureole concentriche, stava invadendo il cielo, sovrapponendosi alle miriadi di stelle, alla scia della Via Lattea, in forme geometriche, irregolari, regolari, fisse, mutevoli, una fantasmagorica immensità di fuochi, punti, faville, colori. Infine una forma fissa, circolare, come un sole di notte, di una luce intensa e strana, che non illuminava all'intorno, non irradiava, non alterava il blu scuro delle tenebre. Vibrando appena, ruotava su se stessa facendo convergere tutti i suoi elementi verso un centro ancora più luminoso, una gemma accecante, avvolto da un cerchio nero: un centro luminoso circondato da un'aureola scura, e da una corona circolare formata da una luce vivida, spezzettata in infiniti punti e piccoli archi, tutti roteanti in un vortice gigantesco.
"Sembra un fuoco d'artificio, un fuoco immenso, però è fisso, non inizia e non finisce, non esplode e non si spegne..." diceva Carlo a se stesso.
Maria non capiva: "Ho visto anch'io, per un momento, qualcosa di strano... tu parli di fuoco d'artificio... ma ora non vedo più nulla, sarà stata una stella cadente."
Carlo si voltò appena, guardandola assorto, non capiva le parole di lei.
Perché la "cosa" si avvicinava, si vedevano soltanto le luci, senza suoni, senza movimenti, soltanto quelle luci, diverse da ogni altra luce possibile. Si trasformarono condensandosi in un cono la cui superficie esterna era azzurra, l'interno assolutamente scuro, buio, come la notte circostante. Il vertice chissà dove, non si vedeva, non c'era... un cono senza vertice.
Maria era seduta a terra, si teneva il busto con entrambe le braccia incrociate sul davanti, guardava Carlo sorpresa, sorridendo, anche divertita. Il suo ragazzo, il suo dolce ragazzo, stava forse sognando?
Carlo si era alzato in ginocchio, le braccia abbandonate lungo il corpo. All'interno del cono, che toccava adesso il terreno a circa trenta metri dal punto in cui si trovavano, nulla... eppure sembrava diventato all'improvviso il centro del mondo... di più... di più... il centro della vita. Uno spazio riferito a un tempo. Ignoti l'uno e l'altro. Carlo sentiva di non essere lì, sensazione angosciosa, ma anche di essere doppiamente lì, fra le braccia di Maria, che riprendeva i suoi giochi d'amore, e di fronte al cono di luce, la cui parete era sospesa fra il buio infinito della notte e quello racchiuso al suo interno.

Una voce, finalmente, parlò: "Non aver paura, uomo, questo è il contatto."
"Chi siete?" chiese Carlo. "Non vi vediamo... soltanto luci... parlate come noi... allora siete come noi... chi siete?"
"Non siamo come voi. Non assumiamo forma per non travolgere la vostra mente. Non abbiamo forma, né volume, né peso. Sono soltanto vostre parole, vostri riferimenti. Noi siamo emanazioni, concentrazioni, induzioni incorporee che la superiore elaborazione crea, adatta, annulla, per rispondere agli stimoli dall'esterno. Parliamo adesso, perché vogliamo comunicare con voi. Che siete forme rudimentali, poveri corpi fissati nello spazio e nel tempo, infinitamente lontani dall'evoluzione trascendente, troppo lontani per tutte le vostre unità di misura."
Maria intanto lo baciava ardentemente sulle labbra, e lui era lì con lei, seduto sull'erba, rispondeva a quei baci... al tempo stesso in piedi, al cospetto della luce, e della voce.
"Ma vi esprimete come noi, parlate la nostra lingua..." mormorò timoroso, stupefatto, mentre un suo corpo rispondeva all'amplesso sempre più stretto di Maria, e un altro suo corpo si concentrava su quel fatto straordinario.
"Il nostro essere è immutabile, le nostre espressioni rispondono ai segnali che riceviamo. Voi parlate, emettendo suoni generati da parti del vostro corpo. Strumento primitivo. Noi desideriamo comunicare, veniamo a voi."
"In realtà ci capite... vi fate capire... sia pure ai limiti delle nostre capacità." Carlo replicava incerto.
"Noi non "capiamo", noi trasformiamo, trasliamo dalla vostra realtà fisica alla nostra irrealtà, elaboriamo e integriamo. Guarda vicino a te."
La voce tacque. Un raggio multicolore, emanato dal nulla, sfiorò alcune delle forme vicine, pietre, arbusti, e queste scomparvero.
"Sono rientrati nell'irreale, il raggio vi consente di seguire il passaggio, ma è sufficiente un'espressione di volontà, un'elaborazione fisica, fuori da ogni grandezza immanente, intesa come voi l'intendete."
"Perché Maria non vede, non sa della vostra presenza? ...E a me, cosa sta accadendo?" chiese Carlo.
"La donna non vede e non sa, perché non è pronta. Per lei è più importante il legame con i sensi."
"No, no! Può capire, il suo animo è muto, è migliore del mio!"
"Ascolta e vedrai."


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