MARCELLO TESSADRI (2)
LA VIOLA DEL TEIDE (pag. 2)

Più tardi, quando l'amore finì e Carlo si ritrasse da sopra il suo corpo, sdraiandosi sul fianco, con un braccio sotto la testa, e quel sorriso, quel benedetto sorriso dei loro momenti così, impresso sul viso come una splendida maschera, o piuttosto la foto dell'anima, Maria, restando distesa sul dorso, il reggiseno gettato sul prato, la maglietta tutta arrotolata fino a divenire poco più di uno straccetto fra il seno e l'ombelico, lo slip chissà dove, forse giù alle caviglie, tutto il resto del corpo nudo e offerto al sole pieno del mattino, allargò le braccia sull'erba, lasciò un po' aperte le gambe per sentire il vento profumato del Teide su per le cosce, più freddo dove era ancora bagnata, fino al pube, dove le procurava un leggero solletico muovendo la peluria bionda che non nascondeva più nulla. Dio, com'era possibile restare così? Nuda, sporca d'amore, come una femmina d'animale in attesa di un altro maschio, ansiosa di un altro orgasmo, e altri ancora. Rimase così. Spalancando gli occhi contro il cielo, resistendo alla voglia di chiuderli per proteggerli dalla luce accecante.
Si sentì improvvisamente leggera, le parve di sollevarsi da terra, a poco a poco, di più, ancora di più, salire, salire, sollevata dal vento. Il vento sotto di sé, la resistenza dell'aria sopra di sé, che si opponeva al suo movimento, ne era quasi schiacciata.
Ma era in alto ormai, si voltava verso la terra, ecco laggiù le rocce, le macchie d'erba, e quei due puntini uno vicino all'altro, cos'erano? Sì... sì... certo, un uomo e una donna! La donna era nuda, spudorata con quelle sue gambe aperte che sembravano invitare il mondo intero.
Volava, movendo appena le braccia, seguendo le correnti, fortissime lassù a 4000 metri, si abbassava, risaliva, sollevando il viso verso il cielo, si avvicinava radente alle cime taglienti delle rocce più alte, divertendosi a sfiorarle, alcune si ergevano come scintillanti obelischi protesi contro il cielo, simili a falli giganteschi che sembravano, anch'essi, desiderare lei. Tutto lì intorno desiderava lei, il cielo, le rocce, quel puntino rimasto solo laggiù, volevano lei, che si lasciava accarezzare da quell'aria fresca, profumata di sogno, perché forse era un sogno? Oppure l'apoteosi della sua vita nuova, della sua anima nuova, del suo nuovo respiro?
Ecco... ecco... sì, ora... ora... per la prima volta da quando era cominciato il suo tempo di donna... ecco...! Un orgasmo stupendo, senza di lui, senza di lei, provocato dal vento, accompagnato da un grido soffocato.
Il viso era gelido adesso, perché il vento asciugava rapido le lacrime, quelle lacrime di donna, finalmente, finalmente di donna! Udendo quel grido, Carlo la guardò, sollevandosi su un braccio, sorridendo, divertito al vederla così totalmente nuda. Riprese ad accarezzarla, sul ventre ancora sudato, e più giù, dov'era nuovamente bagnata d'amore.

Maria e Carlo erano in piedi, lei gli aveva chiesto di mostrarle le viole. Tenendosi per mano le guardavano, le aveva proibito di toccarle, perfino di chinarsi per vederle più da vicino. Per farsi perdonare, le strinse più forte la mano. Ma lei non pensava più alle viole. Pensava che il tenerlo per mano non le garantiva affatto il possesso, anche per il futuro, soprattutto per il futuro, di quel ragazzo, di quel suo ragazzo un po' misterioso, un po' vago, gentile ma riservato, passionale ma razionale, generoso, sorridente, amante meraviglioso e giovane, spudorato e giovane, raffinato e giovane, giovane, giovane, mai del tutto suo, inafferrabile, anche infedele, garbato, tenero perfino, con i suoi modi dolcissimi, maschio ma non egoista, maschio ma sempre attento ai mille particolari che definiscono un amore, l'eleganza di un amplesso d'amore, la poesia di un orgasmo d'amore, maschio che dopo l'amore non si girava mai dall'altra parte, ma continuava ad accarezzarla sorridendo, galante come prima, maschio che non correva sotto la doccia, non la lasciava correre sotto la doccia, godendo con lei i momenti sempre difficili del dopo, trovando anche in quelli la dolcezza difficile che emana da due corpi nudi e abbracciati, abbracciati e stanchi, stanchi e felici, l'uno dell'altro, l'uno sull'altro, unendo il calore, il sudore, il fremito a mano a mano sopito, ma lentamente, all'unisono, nel ricordo vicinissimo del piacere appena provato. Maschio ideale, che proprio lei aveva incontrato, e che ora teneva per mano. Che quella notte avrebbe avuto di nuovo, nervoso, forte, appena ansimante, dentro di sé.
Istintivamente strinse la mano che teneva nella sua. Ed ebbe una risposta immediata, sicura. Alla quale non sapeva se credere, ma che l'aiutava a immaginare l'indomani, e il giorno dopo, e molti giorni ancora.
Una sensazione di grande piacere, che generava un brivido in tutto il suo corpo, si fermava a pungerle il petto, bloccando per qualche attimo il respiro. No, no, non era felicità. Era la stessa sensazione che le dava sempre un fiore reciso: la gioia del momento e subito la consapevolezza che sarebbe appassito. D'altronde un fiore muore anche se resta sul ramo, o sullo stelo fra l'erba. Lo puoi ammirare più a lungo, puoi goderne il profumo più a lungo, goderne la vista sul verde del prato, fra gli altri fiori variopinti che non guardi neppure perché quello soltanto ti ha presa, ti ha stregata, ti ha fatto innamorare di sé. Se lo cogli, appassirà prima del tempo, perderà presto il profumo, e il colore, rosso, bianco, rosa, azzurro che sia. Però per un breve, irrepetibile, terribile istante, sarà tuo, soltanto tuo, fra tutti i fiori del mondo. Lei era così, adesso: il fiore fra le mani, reciso, ancora splendido e profumato.
Era scesa la notte e, come desiderato da tanto tempo, Maria era entrata nella tenda, si era svestita quasi del tutto, infilandosi nel sacco a pelo. Attendeva nuovo amore, insolito, diverso, incredibile amore.
Più tardi Carlo le propose di coprirsi e uscire, aspettare la mezzanotte guardando il cielo, le stelle, forse anche Dio, lassù tutto sembrava possibile.


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