GERMANA GALMAZZI (6)
Forza e debolezza

Aveva aspettato tutta la vita la sua dolcezza.
Ogni tanto traspariva tra un comando e l'altro, tra un rifiuto e l'altro e soprattutto tra le pieghe della sua rigidità.
Un uomo tutto d'un pezzo, un militare convinto: mai un dubbio, mai un cedimento; regole chiare e assolutamente indiscutibili.
Nessuna smanceria, nessun chiarimento, poche parole.
Niente cose da femminucce, neanche per lei che era una femminuccia.
Ma lei non disperava.
Da bambina lo temeva, ma ne era anche molto gelosa: cercava di mascherare l'una cosa e l'altra ed era una fatica.
Da adolescente lo aveva anche odiato, per i suoi "no", per i suoi silenzi, perché la costringeva a camminare avanti e indietro per il corridoio prima di trovare il coraggio di andare da lui a chiedere: "Posso uscire?"

Ma quando si era sposata, giovanissima, c'era stato un primo barlume.
Mentre andava via dopo la festa, ancora con l'abito da sposa e piangendo, un po' per i tanti dubbi ancora vivi dentro di lei, un po' per la paura di diventare grande, lui l'aveva abbracciata e le aveva detto: "Qualunque cosa non vada bene, tornatene a casa".
Lei cresceva e lui invecchiava, ma guai a farglielo notare. E si avvicinavano.
Lei aveva sempre meno timore, attraverso i figli riusciva a tirar fuori quello che da figlia non era riuscita a dire; e lui ascoltava, senza ammettere mai, mai una volta, di avere sbagliato. Ma non c'era astio nelle parole e non c'era durezza nell'ascoltare.
Più passava il tempo, più i ruoli si invertivano. Cominciavano per lui i primi malanni, completamente ignorati; la forza fisica corrispondeva alla forza morale e al potere sugli altri o, quanto meno, al fatto che gli altri non avessero potere su di lui. Se si sedeva per terra per aggiustare qualcosa, nessuno doveva aiutarlo a rialzarsi. Lei sorrideva di queste cose e lo guardava invecchiare, con una tenerezza grande come il timore di quando era bambina e, come quello, non manifestata.
Qualcosa non era andato bene nel suo matrimonio e lei era tornata a casa, pronta ad affrontare critiche, a rispondere a domande e a dare spiegazioni. E, invece, niente le era stato chiesto e niente era stato detto. Lui le aveva preso la borsa che teneva in mano e le aveva detto: "Questa è casa tua".
Cominciava per tutti e due un nuovo rapporto.
Lei lo conosceva da tutta la vita, ma per la prima volta vivevano insieme da soli.
Scontri, discussioni, manifestazioni d'affetto, che non c'erano mai stati in quarant'anni. Poi la malattia.
- Ti devi far curare - gli aveva detto. E lui, per la prima volta, si era lasciato prendere sottobraccio e accompagnare.
Un giorno, guardandola incredulo, aveva osservato:
- Mi sto proprio rimbambendo; a volte mi viene da piangere.
- E' tutta la vita che aspetto questo momento! - aveva risposto lei, trattenendosi dall'abbracciarlo.
Lo portava dagli specialisti: il cardiologo, l'ematologo, l'angiologo. Lui ridendo diceva agli amici: "Mi manca solo il ginecologo".
Ma intanto la seguiva e sempre di più si appoggiava a lei, anche fisicamente.
Una notte, sentendo dei rumori, si era alzata e lo aveva trovato per terra nello studio.
- Non volevo svegliarti, non trovavo più la mia camera.
Lo aveva tirato su a fatica, nonostante la sua magrezza, e lo aveva riportato a letto. Lui l'aveva guardata con tutta la tristezza di un uomo vecchio e debole, che era stato giovane e forte.

Lei, da sola, nel suo letto, piangendo, si rendeva conto che la debolezza del padre era diventata la sua forza.

Torna alla prima pagina


Tutti i diritti riservati: nessuna parte dei testi pubblicati
può essere riprodotta senza il consenso scritto dell'autore
.