GERMANA GALMAZZI (2)
Gelosia

Il piccolo giardino sul retro della villetta aveva solo un'aiuola con alcune dalie colorate. Lo spazio rimanente era prato, sul quale giocavo con altri bambini o da sola. Stavo molto fuori, nonostante il clima impietoso del nord coprisse di brina, per lunghi periodi, il mio giardino e tutto, intorno alla casa.
E' qui che ho iniziato a vivere, anche prima vivevo ma non lo sapevo. Non ho ricordi dei primi tre anni vissuti a Roma, dove sono nata, e se non ci sono ricordi non c'è vita.
Sul quel giardino giocavo anche con mia nonna, piccola donna che credevo di amare, ma che troppo spesso sostituiva mia madre e quindi più che amore era un "meglio di niente".
La sua presenza consentiva le lunghe assenze dei miei genitori e i miei ricordi si sfocano intorno a queste due persone, lasciando immagini confuse e qualche forte emozione.
Mia madre, bellissima, attraversava la mia vita senza fermarsi, né io avevo voglia di trattenerla, mi bastava guardarla.
Mio padre invece, lo avrei voluto afferrare, tenere fermo e infilarmi fra le sue braccia. E' nata per lui la mia prima ferita, il mio primo dolore. Per lui è nata la mia gelosia.
Nel mio giardino, un giorno, giocavo con altri bambini quando all'improvviso lui è arrivato, gli siamo corsi tutti incontro, io più timorosa degli altri, sapendo che non avrei potuto avvinghiarmi alle sue gambe o aggrapparmi alle sue braccia, come facevano tutti gli altri, a causa di quel timore e quella soggezione che da sempre lui aveva voluto e alimentato.
Scherzoso e sorridente aveva afferrato uno dei miei amichetti e tenendolo per una mano e per un piede girava su se stesso, mentre lo alzava e abbassava da terra come un aeroplano. Era un gioco molto amato da noi bambini che vivevamo in un villaggio; quasi tutti figli di piloti e comunque tutti figli di militari, gli aerei ci erano familiari e familiare era il rombo dei motori quando sfrecciavano a bassa quota sulle nostre teste.
Ci eravamo messi tutti in fila ad aspettare ciascuno il proprio turno, ma nell'avvicinarmi a mio padre, questo gioco, che a me piaceva tanto perché quando venivo lasciata tutto continuava a girare ed io non ero in grado di camminare e questa cosa mi faceva tanto ridere; questo gioco che qualche volta mio padre mi aveva fatto fare, creando tra noi un momento magico, quel giorno stava scatenando tutta la gelosia di una bambina di quattro anni. E mentre lui continuava a ridere e giocare con gli altri bambini, io ero sempre più paralizzata da questa gelosia.
Arrivato il mio turno, io non mi avvicinai per fare l'aeroplano e lui non mi chiamò; non un gesto, non uno sguardo, non un sorriso che potessero in qualche modo incoraggiarmi ad avvicinarmi a lui.
Lo odiai con tanta forza, come forse solo un bambino può odiare.
E la gelosia che altre volte ho provato nella mia vita di adulta, mi riporta sempre quel dolore profondo e antico e quell'immagine di una bambina sola su un prato che aspetta un uomo che le faccia fare l'aeroplano.

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