ROGER PENROSE
Brani antologici


Computazione e intelligenza umana
La tecnologia dei robot controllati da calcolatori elettronici non aprirà la strada alla costruzione artificiale di una macchina veramente intelligente - nel senso che comprenda ciò che fa e agisca sulla base di quella comprensione. I calcolatori elettronici sono, senza dubbio, importanti nel chiarire molti problemi collegati ai fenomeni mentali (forse, in larga misura, insegnandoci ciò che gli autentici fenomeni non sono), oltre a essere un aiuto, potente e valido, per il progresso scientifico, tecnologico e sociale.
[da Penrose, Ombre della mente, Rizzoli, Milano, 1996, pag. 477]


Considerazioni sulla coscienza
Nelle discussioni del problema mente-corpo ci sono due problemi separati su cui si concentra di solito l'attenzione: "In che modo un oggetto materiale (un cervello) può suscitare concretamente la coscienza?" e, inversamente, "In che modo una coscienza, attraverso l'azione della sua volontà, può influire realmente sul moto (in apparenza fisicamente determinato) di oggetti materiali?". Questi sono gli aspetti passivo e attivo del problema mente-corpo. Pare che noi abbiamo, nella "mente" (o piuttosto nella "coscienza") una "cosa" immateriale che, da un lato, è suscitata dal mondo materiale e, dall'altra, può influire su esso. Io [preferisco] però [...] considerare un problema un po' diverso e forse più scientifico [...]: "quale vantaggio selettivo conferisce una coscienza a coloro che la posseggono?"
Nel formulare le domande in questo modo [...] c'è l'assunto che [la coscienza] "faccia effettivamente "qualcosa", e inoltre che ciò che essa fa sia utile alla creatura che la possiede, cosicché un'altra creatura equivalente in tutto ma priva di coscienza si comporterebbe in un qualche modo meno efficace. D'altra parte, si potrebbe credere che la coscienza non sia altro che un concomitante passivo del possesso di un sistema di controllo sufficientemente complesso e che, di per sé, in realtà non "faccia nulla".
[da Penrose, La mente nuova dell'imperatore, Rizzoli, Milano, 1992, pag. 512]

Non tutta l'attività cerebrale è direttamente accessibile alla coscienza. In effetti, una fra le strutture encefaliche più "antiche", il cervelletto [...] sembra eseguire azioni molto complesse senza che in essa sia direttamente implicata la coscienza. Eppure la natura ha deciso di sviluppare esseri pensanti come noi, anziché accontentarsi di esseri in grado di comportarsi sotto la direzione di meccanismi di controllo del tutto inconsci. Se la coscienza non serve a nessun fine selettivo, perché la natura si è data la pena di sviluppare cervelli coscienti quando cervelli "autonomi" non pensanti, come il cervelletto, avrebbero potuto cavarsela altrettanto bene?
[da Penrose, op. cit., pag. 516]


Coscienza e teorema di Gödel
Buona parte della ragione per credere che la coscienza sia in grado di influire su giudizi di verità in modo non algoritmico deriva dalla considerazione del teorema di Gödel. Se riusciamo a renderci conto che il ruolo della coscienza non è algoritmico nella formazione dei giudizi matematici, in cui sono un fattore importante il calcolo e la dimostrazione rigorosa, allora senza dubbio potremo convincerci che un tale ingrediente non algoritmico potrebbe essere cruciale anche per il ruolo della coscienza in situazioni più generali (non matematiche). [...]
Qualsiasi algoritmo (abbastanza esteso) un matematico possa usare per stabilire la verità matematica - o [...] qualsiasi sistema formale adotti [...] - ci saranno sempre proposizioni matematiche [...] di cui il suo algoritmo non sarà in grado di dare la soluzione. Se il funzionamento della mente del matematico fosse interamente algoritmico, l'algoritmo (o il sistema formale) da lui usato per formarsi i giudizi non gli permetterebbe di giudicare la proposizione costruita col suo algoritmo personale".
[da Penrose, La mente nuova dell'imperatore, pag. 526]


Sulla "non computabilità"
Il fenomeno della coscienza può nascere solo in presenza di qualche processo fisico non computazionale che avvenga nel cervello. Si deve, tuttavia, ritenere che simili (presunti) processi non computazionali dovrebbero essere intrinseci anche all'azione della materia inanimata, poiché in definitiva il cervello umano è composto dello stesso materiale, che soddisfa le medesime leggi fisiche, degli oggetti inanimati dell'universo. Dobbiamo perciò [domandarci]: perché sembra che il fenomeno della coscienza avvenga soltanto, per quanto ne sappiamo, nel (o in relazione al) cervello [...]?
Non c'è dubbio che la risposta [a questa] domanda abbia qualcosa a che fare con la sottile e complessa organizzazione del cervello, ma questa, da sola, non sarebbe sufficiente a fornire una spiegazione. In conformità alle idee che sto qui proponendo, l'organizzazione del cervello dovrebbe essere tale da trarre vantaggio da azioni non computabili nelle leggi fisiche, mentre i materiali ordinari non sarebbero così organizzati. Questa rappresentazione è notevolmente differente da un'opinione espressa più comunemente, circa la natura della coscienza, secondo cui la consapevolezza sarebbe una specie di "fenomeno emergente", che nascerebbe solo come caratteristica di una sufficiente complessità o raffinatezza di azione, e non richiederebbe il sostegno di alcun processo fisico, specifico e nuovo, fondamentalmente differente da quelli che già conosciamo".
[da Penrose, Ombre della mente, cit., pag. 273]

Nella fisica quantistica, in aggiunta al comportamento deterministico (e computabile), dato dalle equazioni della teoria quantistica, vi è anche qualche libertà supplementare di natura del tutto casuale. Da un punto di vista tecnico queste equazioni non sono caotiche, ma l'assenza di caos è sostituita dalla presenza dei sopracitati elementi casuali che integrano l'evoluzione deterministica [...]. Anche simili elementi puramente casuali non forniscono la necessaria azione non algoritmica. E' così evidente che né la fisica classica, né quella quantistica, nelle loro attuali versioni, permettono un comportamento non computabile del genere richiesto.
[da Penrose, op. cit., pag. 272]

Il non determinismo classico si richiama solo a elementi casuali, ma ciò non ci aiuta molto. Tali elementi casuali sono ancora al di fuori del nostro controllo. Al loro posto si potrebbe avere la non computabilità. Si possono avere tipi di computabilità di ordine superiore [...]. Dunque, si dovrebbe considerare il problema se esista un qualche tipo di non computabilità di ordine superiore che riguarda la maniera in cui si evolve l'Universo reale. Forse, il nostro libero arbitrio ha qualcosa a che fare con tutto questo".
[da Penrose, Il grande, il piccolo e la mente umana, Raffaello Cortina, Milano, 1998, pag. 126]

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