JOHN K. GALBRAITH

VITA
John Kenneth Galbraith, economista di primo piano e uomo politico statunitense, è nato nell'Ontario nel 1908. Ha conseguito prima il Master of Science (1931) e poi il PhD (1934) all'Università della California. Successivamente ha insegnato in questa università e a Princeton, prima di trasferirsi ad Harvard nel 1948, dove ha insegnato fino al 1975, anno del suo ritiro. Da quell'anno è Paul M. Warburg Professor of Economics Emeritus dell'Università di Harvard.
All'attività di docente e di ricercatore, Galbraith ha sempre affiancato una partecipazione attiva alla vita politica e istituzionale degli Stati Uniti. Fra i vari incarichi ricoperti, si ricorda quello di ambasciatore in India durante la presidenza Kennedy, dal 1961 al 1963. Attivo nel Partito Democratico, è stato consigliere economico sotto le presidenze di Stevenson e di Kennedy. Galbraith, inoltre, è stato fra i primi oppositori all'intervento militare nel Vietnam.
Il suo pensiero ha stimolato a più riprese la discussione pubblica sui temi di politica economica, indirizzandosi non solo all'ambiente accademico, ma anche al più vasto pubblico non specializzato.
È stato presidente della American Economic Association, Fellow del Trinity College di Cambridge (di cui è attualmente Honorary Fellow), Visiting Fellow dell'All Souls College di Oxford. È membro di numerose accademie statunitensi ed è stato insignito di più di quarantacinque lauree ad honorem da parte di università di tutto il mondo.


PENSIERO
Galbraith riprende e sviluppa molti temi della concezione di Keynes, descrivendo i profondi cambiamenti intervenuti nel XX secolo dalla società capitalistica industriale, che, secondo l'economista, è quanto mai lontana dal modello convenzionale basato sulla concorrenza di mercato, a cui sono rimasti legati gli economisti accademici.
I temi svolti da Galbraith, sui quali poggia la tesi di fondo, possono venire così sintetizzati:

1) In ampi settori dell'economia i prezzi e le quantità di beni non sono più legati alla libera concorrenza tra produttori e consumatori, ma dai poteri contrapposti di grandi gruppi che impongono le loro logiche al mercato: i salari, per esempio, non sono più determinati dalla legge della domanda e dell'offerta, ma dai rapporti di forza fra grandi imprese e rappresentanze sindacali.

2) Nella grande impresa, la separazione della proprietà dal controllo ha portato alla formazione di una burocrazia di manager e di esperti (tecnostruttura), i quali perseguono propri fini - la sicurezza, la sopravvivenza, la riduzione del rischio - che non coincidono con il vecchio obiettivo aziendale della massimizzazione del profitto. La grande impresa condiziona i valori sociali e ne subisce, a sua volta, l'influenza: si tratta di un processo duplice il cui obiettivo è soltanto la sopravvivenza dell'organizzazione. La tecnostruttura cerca di regolare i processi, attraverso una pianificazione delle iniziative da porre in atto, mirando non alla massificazione dei profitti, bensì alla sicurezza e all'espansione dell'impresa.

3) Col tramonto del mercato concorrenziale perde progressivamente d'importanza una figura fondamentale della microeconomia convenzionale, il "consumatore sovrano" che, con la sua domanda determina i tipi e le quantità di beni da produrre. Nelle moderne società industriali, il singolo è al servizio del sistema produttivo perché consuma i suoi prodotti. Si assiste quindi a uno sviluppo massiccio dell'apparato di persuasione (pubblicità) che è connesso alla vendita dei beni. In definitiva, la capacità di produzione dipende dalla capacità di persuasione.


OPERE

-- Il capitalismo americano [1952], Ed. di Comunità, Milano, 1965
In quest'opera Galbraith mette in evidenza uno dei problemi di fondo della società americana: la discrepanza fra la spinta alla competizione e la realtà delle imprese economiche che operano su larga scala.

-- Il grande crollo [1955], Ed. di Comunità, Milano, 1965

-- La società opulenta [1958], Ed. di Comunità, Milano, 1965
Contro il mito della fiducia del sistema economico statunitense nella capacità del prodotto nazionale lordo di garantire la stabilità sociale. Galbraith cerca invece di dimostrare che le preferenze dei consumatori per i beni di lusso tendono a indirizzare l'economia verso scelte estranee al benessere comune.

-- I grandi problemi [1960], Ed. di Comunità, Milano, 1960

-- Scozzesi in Canada [1964], Ed. di Comunità, Milano, 1972

-- Il nuovo stato industriale [1967], Einaudi, Torino, 1968

-- La moneta: da dove viene e dove va [1975], Mondatori, Milano, 1976

-- L'età dell'incertezza [1977], Euroclub, Milano, 1978

-- Storia dell'economia [1987], Rizzoli, Milano, 1988
L'idea base dell'opera è che non si può comprendere l'economia senza conoscere la sua storia. Galbraith propone l'economia come il riflesso dei tempi e dei luoghi in cui si sono sviluppate determinate teorie: ad esempio, quella di Smith fa seguito ai rivolgimenti provocati dalla prima rivoluzione industriale, mentre quella di Keynes rappresenta il tentativo di spiegare la Grande Depressione.

-- L'economia della truffa, Rizzoli, Milano, 2004
L'autore descrive le disfunzioni del sistema economico statunitense, sfociate nei recenti crack finanziari. Secondo Galbraith, la causa principale di questo stato di cose va ricercata nello strapotere delle grandi corporation e dei manager superpagati, capaci di condizionare fortemente sia le scelte dei comuni cittadini, che le decisioni politiche.


Ricciotti Antinolfi, La teoria economica di J. K. Galbraith, Carocci, 1988


Siti per approfondimenti

Galbraith-01/Filosofiapolitica
Recensione di Galbraith, Il nuovo stato industriale.

Galbraith-02/Filosofiapolitica
Recensione di Galbraith, La società opulenta.

Galbraith-03/Filosofiapolitica
Recensione di Galbraith, L'età dell'incertezza.

Galbraith-04/Filosofiapolitica
Recensione di Galbraith, Il progresso economico in prospettiva.