EMPEDOCLE di AGRIGENTO

VITA & PENSIERO
Empedocle (Agrigento, 5º sec. a.C.) fu a capo dei democratici, venne successivamente mandato in esilio.
Compose due poemetti: il primo noto con il titolo convenzionale Sulla natura, il secondo con il titolo Purificazioni.

Le quattro radici
È ancora nella Magna Grecia, ad Akragas (Agrigento), che troviamo la terza grande figura di sapiente dopo Eraclito e Parmènide: Empèdocle. Le notizie che abbiamo su di lui sono abbastanza ricche e complesse. Le indicazioni che ne fanno un indagatore della natura si affiancano a quelle che sottolineano il carattere religioso del suo insegnamento e persino la sua fama di taumaturgo.
Il pensiero di Empèdocle si presenta con tratti molto ricchi e precisi. Anzitutto è evidente che nel suo pensiero convergono differenti tradizioni sapienziali: perlomeno l'influenza di Parmènide e di Pitàgora può essere considerata certa. D'altra parte gli stimoli ricevuti vengono rielaborati in quello che può ritenersi il primo sistema compiuto e coerente, destinato ad esercitare una grande influenza - diretta o indiretta - lungo due millenni. In effetti, del rilievo del propria figura sia Empèdocle sia i suoi contemporanei furono ben coscienti:

O amici, che la grande città lungo il biondo Akragas
abitate nell'alto della polis, occupati in opere buone,
venerabili porti di stranieri, inesperti di cattiveria,
salve! Io tra voi come un dio imperituro, non più mortale,
cammino onorato da tutti, come pare,
cinto di nastri e di corone fiorite.
E da quelli cui giungo in fiorenti città,
uomini o donne, sono riverito: essi mi seguono
a miriadi, cercando qual è la via verso il ventaggio,
gli uni consultando la divinazione, gli altri per malattie
d'ogni genere chiedono di udire la voce guaritrice,
trafitti da tempo da aspri dolori (DK 31 B 112).

Il punto di partenza della dottrina naturale di Empèdocle risiede nell'individuazione di quattro «radici» (rhizómata) di tutte le cose, vale a dire elementi di base che nella loro combinazione costituiscono ogni realtà:

Ascolta anzitutto le quattro radici di tutte le cose:
Zeus lo splendido, Era la vivificante, poi Edoneo
e Nesti, che con lacrime alimenta la sorgente mortale (DK 31 B 6).

I nomi divini simboleggiano rispettivamente fuoco, aria (o etere), terra, acqua. È dalla loro combinazione che deriva tutto ciò che cade sotto i sensi. In questo modo si riesce a mettere d'accordo il principio razionale affermato da Parmènide, che negava ogni vera realtà alla nascita e alla morte, con la costatazione sensibile di una perenne trasformazione di ogni cosa:

Ti dirò un'altra cosa: nascita (phýsin) non c'è di nessuna
cosa mortale, né alcun termine di morte distruttrice,
ma c'è solo mescolanza e scambio di cose mescolate,
e questa viene chiamata «nascita» tra gli uomini (DK 31 B 8).

Il posto dell'unico ente di Parmènide viene così preso dalle quattro radici, che ne possono rivendicare la qualifica dell'eternità:

Stolti: infatti non hanno pensieri a lungo riflettuti
coloro che s'aspettano che nasca il precedente non ente
o che muoia qualcosa o che si distrugga del tutto.
Perché dal non ente non c'è modo di nascere
e che l'ente si distrugga è impossibile e incredibile:
sempre infatti sarà così come uno ogni volta lo fissa (DK 31 B 11-12).

Amorevolezza e Odio
Le quattro radici sono tuttavia insufficienti per spiegare la realtà della trasformazione, che suppone un movimento che non può derivare da elementi statici. Empèdocle introduce perciò due princìpi, Amorevolezza (Philótes) e Odio (Néikos), che spiegano l'alternarsi di unione e disunione degli elementi:

Dirò due cose: talora cresce per diventare uno
da più cose, talaltra di nuovo si scinde per essere più cose da una. [...]
E questo scambio continuo delle cose non cessa mai,
talora convergendo tutte quante in una cosa sola con Amorevolezza,
talaltra di nuovo separandosi ciascuna nell'inimicizia dell'Odio (DK 31 B 17,1-8).

Tra questi due princìpi il posto d'onore va evidentemente riservato all'Amorevolezza (un sinonimo poetico di Eros), che è anche la base del piacere e della concordia nei rapporti umani:

Tu osservala con la mente, e non essere stupito con gli occhi:
essa è ritenuta innata nei corpi mortali,
grazie ad essa desiderano amicizia e compiono opere concordi,
chiamandola con l'appellativo di Delizia e Afrodite.
Nessun uomo mortale la riconobbe mentre a loro
si volgeva: ma tu senti le parole veritiere del discorso (DK 31 B 17,21-26).

La supremazia dell'Amorevolezza diviene la base per abbozzare una sorta di storia cosmica, che sarebbe segnata dall'alternarsi del predominio dei due princìpi: quando aumenta la forza dell'Odio gli elementi tendono a separarsi, differenziarsi e combattere; quando giunge il predominio dell'Amorevolezza essi si riconciliano e convergono in una «Sfera» omogenea, simile all'ente di Parmènide:

Là né del sole si riconosce il corpo veloce,
né la fiorita potenza della terra né il mare:
così è fissata nella solida prigione di Armonia
la Sfera rotonda che gode da ogni parte di solitudine (DK 31 B 27).

Il poema sulle Purificazioni, del quale restano pochi frammenti, doveva sviluppare, in uno spirito non lontano da quello orfico, le conseguenze etiche delle teorie fisiche. Amorevolezza e Odio divengono così i princìpi del bene e del male. Chi segue l'Odio è destinato ad una lunghissima serie di rinascite, presentate da Empèdocle come una conseguenza meccanica (prevista da Necessità) della preferenza data al principio della disgregazione:

È oracolo di Necessità, decreto degli dèi antico
ed eterno, suggellato con grandi giuramenti:
quando uno contamina il suo corpo con un assassinio,
e chi con Odio erri infrangendo un giuramento,
essi, dèmoni che hanno in sorte una lunga vita,
trentamila stagioni stiano lontani dai beati,
nascendo in questo tempo in ogni forma di mortali
che mutano i difficili sentieri della vita.
Perché la forza dell'etere li insegue nel mare,
e il mare li sputa sul suolo terrestre, e la terra nei raggi
del sole splendente, e questo ai vortici dell'etere:
l'uno li riceve dall'altro, ma tutti li detestano.
Ora anch'io sono di essi, fuggiasco dagli dèi ed esule,
affidatomi al folle Odio (DK 31 B 115).

Empèdocle può così vagheggiare un'età passata in cui prevaleva il principio dell'Amorevolezza, e Afrodite - la dea dell'amore che detesta i sacrifici cruenti - era ritenuta la prima dea:

Per loro non c'era nessun Ares né Tumulto
né Zeus re né Crono né Poseidone,
ma Cipride [Afrodite] regina. ...
Lei propiziavano con pie offerte,
con dipinti di animali ed essenze profumate,
con immolazioni di pura mirra e fragrante incenso,
gettando a terra gocce di miele giallo,
e l'altare non si bagnava del puro sangue dei tori,
anzi questo era per gli uomini grandissimo delitto:
strapparne lo spirito e mangiarne il forte corpo (DK 31 B 128).

Alla preferenza attribuita all'unione dell'Amorevolezza possono essere ricondotti anche i sentimenti democratici di Empèdocle, sui quali c'informano le testimonianze.

Integrazione: Le difficoltà nell'esatta ricostruzione e interpretazione del pensiero di Empèdocle si ripercuotono anche nella valutazione della sua importanza storica. Che alcuni elementi abbiano avuto una vita straordinaria nella cultura occidentale è fuori di dubbio. In particolare la teoria delle quattro radici rimarrà fondamentale lungo quasi due millenni (anche grazie alla ripresa da parte della scuola medica di Cos) e costituirà il punto di partenza per l'elaborazione del concetto di «elemento chimico», sostanzialmente accettato fino ad oggi. C'è però un aspetto più sottile che merita di essere sottolineato. Esso consiste nella chiara coordinazione che Empèdocle stabilisce tra dottrine etiche e dottrine fisiche: il principio dell'Amorevolezza che anima l'aggregazione delle radici e conduce alla Sfera perfetta è lo stesso che deve guidare il comportamento virtuoso. In questo modo non solo l'etica viene razionalizzata e liberata dai legami autoritari con la tradizione, ma vengono anche gettate le basi per quella valutazione positiva della realtà che, spesso nella forma dell'identificazione tra «essere» e «bene», costituirà nelle sue molte varianti uno dei capisaldi del pensiero europeo.

[Per gentile concessione di Mondodomani.org
Copyright © 2001 Giovanni Salmeri]

Carlo Michelstadter, Parmenide ed Eraclito. Empedocle, SE, Milano, 2003

E. Bignone, Empedocle. Studio critico, Torino, 1963


Empedocle/IEP
Pagina de The Internet Encyclopedia of Philosophy dedicata a Empedocle.