ANASSIMANDRO di MILETO

PENSIERO
Del libro di Anassimandro di Mileto è conservato un importante frammento (o forse parafrasi), che permette d'intuire almeno alcuni elementi della sua visione sapienziale:

Gli enti (ónta) vengono ad avere la morte in ciò stesso da cui hanno la nascita (génesis), secondo la necessità: infatti essi rendono l'uno all'altro giustizia e punizione dell'ingiustizia, secondo il decreto del Tempo (DK 12 B 1 = Colli 11 [A 1]).

È anzitutto opportuno notare la risonanza di elementi di carattere orfico: le cose sono governate dalla «necessità» e dal «tempo». Contemporaneamente s'affaccia per indicare le «cose che sono» il participio sostantivato «ente» (ón), che avrà un'importanza straordinaria per l'intera storia della filosofia. Il governo della necessità e del tempo si rivela sotto forma di una «punizione» che tutti gli enti s'infliggono reciprocamente, sino a giungere alla morte. Ma qual è l'«ingiustizia» che così viene scontata? Dalle parole di Anassimandro pare di capire che essa sia nient'altro che la nascita, cioè la separazione dal sottofondo originario della realtà. Quale sia questo sottofondo, questa arché («principio» e anche «comando»), allusa ma non nominata in questo frammento, sembra di poterlo ricavare da altre testimonianze: esso è il «divino» (théion), la cui caratteristica è di essere «illimitato», «infinito» (ápeiron), cioè indefinibile e indelimitabile. Se questa lettura è corretta, la sapienza di Anassimandro è sulla linea di Ferècide: ancora una volta c'è infatti una contrapposizione tra la variegata superficie della realtà e il suo fondo unitario.
È qui il luogo opportuno per fare una prima importante osservazione sulla scrittura della filosofia. È evidente che lo scopo immediato della scrittura è la conservazione di un «discorso» (lógos) che altrimenti andrebbe perduto appena pronunciato. Si deve dunque dire che la letteratura può nascere solo con la scrittura? Niente affatto. Tutte le culture antiche conoscono uno strumento di trasmissione più antico rispetto alla scrittura: esso è la forma metrica, che sola permette di mandare a memoria facilmente e dunque perpetuare un testo. Ciò è per esempio senza dubbio vero nel caso dei poemi omerici, che hanno dovuto avere una lunga storia puramente orale prima della loro secondaria fissazione per iscritto (secondo la tradizione Omero era tra l'altro cieco). La scrittura diviene perciò indispensabile solo con l'avvento della prosa. Ma comporre in prosa significa abbandonare quella forma che dal suo sorgere era circondata da un'aura sacrale, proprio in quanto differente e più ricca («ipercodificata») rispetto al discorso comune. In conclusione, la scrittura è uno degli strumenti attraverso cui la sapienza allenta i legami con la sacralità e acquista più precisi legami con l'individualità dell'autore.
Un altro strumento -- evidente dal confronto tra i due prosatori Ferècide e Anassimandro -- risiede nel passaggio dai nomi degli dèi più «personali» a quelli più astratti (per esempio tempo o necessità). In effetti in molti casi è quasi impossibile decidere se in italiano vada o no usata la lettera maiuscola, giacché nella cultura greca quasi ogni nome concreto o astratto poteva essere considerato il nome d'una divinità. Ma la rapida esclusione dei nomi personali induce a credere che il discorso, seppur alimentato dalle tradizioni religiose, se ne sta rapidamente distaccando.

[Per gentile concessione di Mondodomani.org
Copyright © 2001 Giovanni Salmeri]

Carlo rovelli, Che cos'è la scienza. La rivoluzione di Anassimandro, Mondadori Università, Milano, 2011

Giuseppe Auteri, Anassimandro e il dominio tragico della necessità, Quodlibet, Macerata, 2009

R. Laurenti, Introduzione a Talete, Anassimandro, Anassimene, Laterza, Bari, 2003


Anassimandro/IEP
Pagina de The Internet Encyclopedia of Philosophy dedicata ad Anassimandro.