ANASSAGORA di CLAZOMÈNE

VITA
Anassagora (Clazomène, circa 500 a.C. - Lampsaco, 428 a.C.), nel 462 a.C. si trasferì ad Atene, dove strinse amicizia con Pericle, pur non avendo spiccati interessi politici. Durante il suo soggiorno ad Atene la sua ricerca suscitò molti interessi e anche avversioni. L'interpretazione naturalistica che diede degli astri (all'epoca ritenuti divini) fu il pretesto nel 432 a.C. per un processo per empietà, che si concluse con la condanna all'esilio. Scrisse un trattato a cui nell'epoca ellenistica venne assegnato il titolo convenzionale Sulla natura.

PENSIERO

I semi della natura
L'arrivo di Anassagora ad Atene e il suo trentennale soggiorno segnano uno dei momenti più importanti nello sviluppo della cultura greca. Per la prima volta Atene diventa teatro di una ricerca intellettuale originale, benché opera di uno straniero e influenzata sicuramente dalla lettura dei precedenti sapienti (soprattutto Empedocle). Significativa è anche l'assenza in Anassagora di precise preoccupazioni politiche: essa comincia a delineare quello spirito di ricerca disinteressata che più tardi doveva avere tanto successo.
Due testimonianze descrivono efficacemente questo orientamento:

Dicono che Anassagora rispose ad uno rimaneva incerto [...] e chiedeva perché era preferibile il nascere al non nascere: «Per contemplare il cielo e l'ordine che esiste nell'universo intero» (Aristotele, Etica Eudemia, 1.5, 1216 a11-13 = DK 59 A 30 [greco]).
Beato colui che dell'indagine possiede l'apprendimento e non si mette a recar danno ai cittadini né in imprese scellerate, ma dell'immortale natura contempla l'ordine sempre giovane ... quando unita essa permane e dove e come. A costoro non posa mai vicino la preoccupazione di turpi imprese (Euripide, fr. 910 = DK 59 A 30).

Questo ideale scientifico non impedisce tuttavia ad Anassagora di entrare come protagonista nel circolo culturale promosso da Pericle, dominatore per decenni della scena politica ateniese. L'opinione comune - testimoniata anche da Platone - vedeva anzi in Anassagora una delle fonti dell'abilità politica di Pericle, sia dal punto di vista teorico che della fiducia nelle proprie forze che il nuovo spirito scientifico infondeva:

Tutte le grandi tecniche richiedono sottigliezza e discorsi astronomici sulla natura, perché è chiaro che da qui in qualche modo viene l'elevatezza d'intelletto e l'efficacia incondizionata dell'opera; e proprio questo Pericle si procurò aggiungendolo alle sue buone doti naturali. Infatti, imbattutosi in Anassagora (che credo fosse di tal genere), arricchitosi di discorsi astronomici e giunto alla natura dell'intelletto e della ragione, sui quali appunto Anassagora faceva un lungo discorso, da qui ricavò per l'arte dei discorsi quanto le era utile (Fedro, 269 e4 -- 270 a8 = DK 59 A 15 [greco]).

Analogamente ad Empedocle, anche Anassagora ritiene che solo una pluralità di elementi, da lui chiamati «semi (spérmata)» può spiegare la varietà della cose sensibili. La riduzione a quattro gli sembra tuttavia impossibile: essendo infinite le qualità (colori, sapori, odori e così via) che possono essere percepite, bisogna supporre infiniti semi diversi. In questo modo possono essere più correttamente interpretati il «nascere» e il «morire»:

Del nascere e del morire i Greci non hanno una giusta concezione, perché nessuna cosa nasce né muore, ma da cose esistenti ogni cosa si compone e si separa. E così dovrebbero propriamente chiamare il nascere comporsi, il morire separarsi (DK 59 B 17).

L'innovazione più notevole rispetto alla teoria di Empedocle si trova però nell'affermazione che in ogni cosa si trovano, in diverse proporzioni, tutti gli infiniti semi. Tale peculiarità spiega il termine tecnico che forse Aristotele coniò per indicare il «seme» di Anassagora: homoioméreia, ossia «elemento in cui ogni parte (méros) è simile (hómoion)». Ecco le parole di Anassagora in proposito:

E poiché uguali parti sono del grande e del piccolo, anche così in ogni cosa ci potranno essere tutte: non è possibile che esista separatamente, ma tutte partecipano a tutto. E poiché non può esistere il minimo, niente potrebbe starsene separato né venire ad essere in sé ma, come all'inizio, così anche adesso tutte le cose insieme. In tutte molte cose si trovano, e uguali per quantità e nelle più grandi e nelle più piccole delle cose che si separano (DK 59 B 6).

Essendo infiniti i semi, evidentemente un seme può essere presente in una cosa anche in una quantità infinitesimale e dunque non percepibile. Più in generale, anzi, oggetto dei sensi non è il singolo seme, ma piuttosto solo la loro combinazione: «Le parvenze fenomeniche sono l'aspetto visibile delle cose non appariscenti» (DK 59 B 12a). Tutto ciò, se spiega il fatto che le cose abbiano qualità distinte e determinate (corrispondenti ai semi in quantità prevalente), suppone anche l'idea problematica di divisione all'infinito, che era al centro già degli argomenti di Zenone e che sarà ancora oggetto di vivace discussione.
Ma perché dover supporre la presenza di «tutto in tutto»? Tale ipotesi si radica nell'osservazione dei processi biologici, in cui il cibo sembra trasformarsi in sostanze diverse, cioè quelle del corpo che lo assume:

A tale concezione Anassagora giunse perché riteneva che niente si produce da ciò che non è e che ogni cosa si nutre del simile. Vedeva infatti che tutto viene dal tutto, anche se non immediatamente, ma secondo un ordine. ... Perciò suppose che fossero nel cibo e che anche nell'acqua, se di questa si nutrono gli alberi, ci fossero legno, corteccia, frutta (DK 59 A 45).

Il cosmo e l'intelletto
Il principio della presenza di tutto in tutto viene sfruttato da Anassagora anche per delineare una teoria dell'origine del cosmo, in cui il momento iniziale è costituito da una totale e indistinta somma di tutti i semi, la «mescolanza» (mígma):

Insieme erano tutte le cose, illimitate per quantità e per piccolezza, perché anche il piccolo era illimitato. E stando tutte insieme, nessuna era evidente a causa della piccolezza: su tutte predominava l'aria e l'etere, essendo entrambi illimitati: sono infatti queste nella massa totale le più grandi per quantità e per grandezza (DK 59 B 1).
Prima che queste cose si separassero, essendo tutte insieme, neppure nessun colore era evidente: lo impediva la mescolanza di tutte le cose, dell'umido e del secco, del caldo e del freddo, del luminoso e dell'oscuro, e della molta terra che c'era e dei semi illimitati per quantità e in niente simili l'uno all'altro. Perché neppure della altre cose l'una è simile all'altra. Stando così le cose, bisogna supporre che nel tutto ci siano tutte le cose (DK 59 B 4).

La costituzione del cosmo si realizza dunque tramite la progressiva separazione e organizzazione dei semi. Il carattere naturale di questo processo suggerisce del resto che esso si sia compiuto anche altrove. Troviamo così in Anassagora, in termini che dovevano apparire molto sorprendenti ai contemporanei, la tesi della pluralità dei mondi:

Stando così le cose, bisogna supporre che in tutti gli aggregati ci siano molte cose e di ogni genere e semi di tutte le cose, aventi forme e colori e sapori d'ogni genere. E che gli uomini siano stati composti e gli altri animali che hanno vita, e che questi uomini abbiano città abitate ed opere costruite, come da noi, e abbiano il sole e la luna e tutto il resto, come da noi, e che la terra produca per loro molte cose e di ogni genere, che essi usano portando le migliori a casa. Questo io ho detto a proposito della separazione, che cioè non solo da noi si avrebbe il processo di separazione, ma anche altrove (DK 59 B 4).

Proprio il processo di separazione dei semi (e quindi di generazione del mondo) richiede però l'introduzione di un principio diverso, che occupa più o meno il posto che avevano in Empedocle Amorevolezza e Odio: si tratta dell'«intelletto (nóus)». Esso soltanto, in quanto principio di vita e conoscenza, non è universalmente mescolato ad ogni cosa, ma nella sua separazione e purezza ha potuto «conoscere» tutto e generare il movimento rotatorio che ha dato inizio alla separazione dei semi:

Tutte le altre cose partecipano a tutto, mentre l'intelletto è qualcosa di illimitato e autocrate e non è mischiato a nessuna cosa, ma è solo, esso in sé stesso. Se non fosse in sé stesso, ma fosse mescolato a qualcos'altro, parteciperebbe di tutte le cose, se fosse mescolato ad una qualunque. Perché in ogni cosa c'è parte di ogni cosa, come ho detto in quel che precede: le cose commiste ad esso l'impedirebbero, di modo che non avrebbe potere su nessuna cosa come l'ha quando è solo in sé stesso. Perché è la più sottile di tutte le cose e la più pura: ha cognizione completa di tutto e il più grande dominio e di quante cose hanno vita, quelle maggiori e quelle minori, su tutte ha potere l'intelletto.
E sull'intera rivoluzione l'intelletto ebbe potere, così da avviarne l'inizio. E dapprima ha dato inizio a tale rivolgimento dal piccolo, poi la rivoluzione diventa più grande e diventerà più grande. E le cose che si mescolano insieme e si separano e si dividono, l'intelletto le ha conosciute tutte. E qualunque cosa doveva essere e qualunque fu che ora non è, e quante adesso sono e qualunque altra sarà, tutte l'intelletto ha ordinato, anche questa rotazione in cui si rivolgono adesso gli astri, il sole, la luna, l'aria, l'etere che si vengono separando. Proprio questa rivoluzione li ha fatti separare e dal raro per separazione si forma il denso, dal freddo il caldo, dall'oscuro il luminoso, dall'umido il secco.
In realtà molte cose partecipano a molte cose. Ma nessuna si separa o si divide da tutto, l'una dall'altra, ad eccezione dell'intelletto. L'intelletto è tutto uguale, quello più grande e quello più piccolo. Nessun'altra cosa è simile ad altra, ma ognuna è ed era le cose più appariscenti che in essa sono in misura massima (DK 59 B 12)
Dopo che l'intelletto dette inizio al movimento, dal tutto che era mosso cominciavano a formarsi le cose per separazione, e quel che l'intelletto aveva messo in movimento tutto si divise. E la rotazione di quanto era mosso e separato accresceva di molto il processo di separazione (DK 59 B 13).

L'«intelletto» di cui parla Anassagora può apparire dunque simile al dio di Senofane, ma esso viene pensato come un elemento della natura presente in tutti gli esseri che hanno consapevolezza. È però rispetto al suo ruolo esplicativo che i pensatori delle generazioni immediatamente posteriori provarono perplessità. Queste ci vengono testimoniate da una celebre pagina di Platone in cui viene descritta la delusione di Socrate al proposito (Fedone, 96 a6 -- 100 c10 [greco]). Aristotele riassumerà la situazione osservando da una parte che «colui che disse che, così come negli animali, anche nella natura c'è un intelletto che è causa del cosmo e della armonica distribuzione di ogni cosa, sembrò il solo filosofo sobrio al paragone di predecessori che avevano parlato a caso» (Metafisica, 1.3, 984 b15-18 [greco]), dall'altra che «Anassagora si serve dell'intelletto come di un deus ex machina nella costituzione del cosmo, e quando non sa indicare una causa necessaria, allora lo mette in scena» (Metafisica, 1.4, 985 a18-20 [greco]).
L'aspetto che tuttavia dovette fare più impressione sui contemporanei fu l'ampio campo a cui Anassagora estese le sue osservazioni, soprattutto nel tentativo di dare una soluzione «naturale» - spesso con successo - a problemi astronomici e geologici tradizionalmente ricondotti nell'ambito mitico o lasciati inesplicati. Eccone un significativo elenco:

La terra ha forma piatta e rimane librata in forza della sua grandezza e perché non c'è vuoto e perché l'aria che è molto forte sorregge la terra appoggiata sopra.
Quanto alle parti liquide che stanno sulla superficie del mare, il mare si formò dalle acque che erano in essa, evaporate le quali, il resto di conseguenza si depositò, e dai fiumi che vi si gettano.
I fiumi prendono consistenza anche dalle piogge e dalle acque sotterranee. Infatti la terra è cava e contiene acqua nelle cavità. Il Nilo cresce d'estate per le acque che vi sono trasportate in seguito allo scioglimento delle nevi nelle zone antartiche.
Il sole, la luna e tutte le stelle sono pietre infuocate, mosse insieme in circolo dalla rotazione dell'etere. Al di sotto delle stelle ci sono alcuni corpi trascinati in giro insieme al sole e alla luna, invisibili a noi.
Il calore delle stelle non lo avvertiamo per la loro grande distanza dalla terra: e poi esse non hanno calore come il sole, perché occupano una regione più fredda. La luna è più bassa del sole, più vicina a noi.
Il sole per grandezza supera il Peloponneso. La luna non ha luce propria, ma la riceve dal sole. La rivoluzione delle stelle avviene sotto la terra.
Si hanno eclissi di luna quando le si oppone la terra o talvolta anche i corpi più bassi della luna; di sole, invece, durante il novilunio, quando gli si oppone la luna. Il sole e la luna compiono le loro rivoluzioni spinti dall'aria: la luna si volge di frequente perché non riesce a superare il freddo.
Anassagora per primo determinò le questioni riguardanti le eclissi e l'illuminazione. Diceva che la luna è di terra e ha in sé pianure e scoscendimenti e che la galassia è la rifrazione della luce delle stelle non illuminate dal sole. Le stelle vaganti sono, per così dire, delle scintille che sprizzano a causa del movimento della volta celeste.
I venti si producono quando l'aria è rarefatta dal sole e la parte infiammata si spinge verso il polo e ne è respinta. I tuoni e i fulmini sono prodotti dal calore che irrompe nelle nuvole (DK 89 A 42).

[Per gentile concessione di Mondodomani.org
Copyright © 2001 Giovanni Salmeri]

Lucio Pepe, La misura e l'equivalenza: la fisica di Anassagora, Loffredo, Napoli, 1996

Maria Luisa Silvestre, Anassagora nella storiografia filosofica, Edizioni dell'Ateneo, Roma, 1988

Diego Laura (a cura di), Anasssagora: testimonianze e frammenti, La Nuova Italia, Firenze, 1966

Francesco Romano, Anassagora, DEDAM, Padova, 1965


Siti per approfondimenti

Anassagora/Biblio-net
Pagina dedicata ad Anassagora di Clazomene.

Anassagora/IEP
Pagina de The Internet Encyclopedia of Philosophy dedicata ad Anassagora.

Anassagora/Gap-dcs
Pagina dedicata alla vita e all'opera di Anassagora.